B. ELISABETTA DELLA TRINITA'

B. ELISABETTA DELLA TRINITA'
Spirito di adorazione e di lode
Memoria liturgica: 8 novembre

Elisabetta Catez nasce il 18 luglio 1880, domenica mattina, in una baracca del campo militare di Avor, vicino a Bourges, dove il padre, Giuseppe Francesco, è ufficiale col grado di capitano.
La nascita e' preceduta dagravi preoccupazioni: i medici infatti hanno avvertito che il cuore del nascituro non batte piu' e che bisogna intervenire per salvare almeno la madre.
I genitori chiedono al Capellano Chaboisseau di celebrare una Messa per ottenere da Dio un parto felice. Al termine della Messa viene al mondo una bambina sana, molto bella e vivace. La piccola viene battezzata nello stesso campo militare, il 22 luglio.
Vive la sua infanzia a Bourges, poi ad Auxonne e successivamente e Digione. Qui, il 20 febbraio 1883 nasce la sorellina Margherita, la piccola Guite.

Ha solo 7 anni quando muore il nonno materno, Rolland. Otto mesi dopo, il padre, muore nelle braccia di Elisabetta, stroncato da una crisi cardiaca. L’ animo sensibile della giovane è profondamente toccato dalla morte del padre e il dolore che questa morte porta in questa famigliola.
Senza mai frequentare scuole vere e proprie, ebbe i primi rudimenti del sapere, dello scrivere e delle scienze da due istitutrici. Però fin da piccola frequentò il conservatorio di Digione, dove trovò nella musica una forma di donazione e di preghiera. Ottenne i primi premi di esecuzione al pianoforte.
In piena adolescenza, cominciò a sentirsi appartenere a Cristo e, racconta lei stessa
"Senza attendere, mi legai a Lui con il voto di verginita'; non ci dicemmo nulla, ma ci donammo l'uno all'altra in un amore tanto forte che la risoluzione d'essere tutta sua divenne per me ancor piu' definitiva”.
Sentì risuonare nel suo spirito la parola "Carmelo" per cui non ebbe altro pensiero che ritirarsi in tale sacra struttura.
Trovò, però, una forte opposizione nella madre, la quale rimasta vedova così giovane, aveva riposto nella figlia e nelle sue possibilità musicali, di avere un aiuto nella vita, pertanto si mostrò contraria alla vocazione di Elisabetta, proibendole di frequentare il Carmelo di Digione, anzi proponendole il matrimonio con un buon giovane.
Ma Elisabetta era innamorata di Cristo e non c'era spazio per altro amore. In ogni caso ubbidì alla madre per quanto riguardava i contatti con il monastero con cui era venuta in contatto, pur ribadendo la sua immutata volontà. Solo quando Elisabetta raggiunge i 19 anni, la signora Catez cedette, ponendo però la condizione che la figlia avrebbe potuto entrare nel Carmelo solo compiuti i 21 anni. Nel frattempo la face condurre una vita di feste frequentando la buona Società con la speranza di farle cambiare idea. Ma Elisabetta, anche in mezzo al mondo, ascoltava il suo Gesù. Prima di uscire per queste feste, s'inginocchiava in casa e pregava, si offriva alla Madonna e poi viveva queste occasioni di festa, rendendosi estranea e insensibile a tutto quelle che le accadeva attorno.
Scriveva: "Quando lo si ama...quando non si agisce che per lui, sempre alla sua Santa presenza, sotto quello sguardo divino che penetra nel piu' intimo...anche in mezzo al mondo si pio' ascoltarlo, nel silenzio di un cuore che non vuol essere che suo".-
Si preparò alla vita monastica, insegnando il catechismo ai piccoli della parrocchia, soccorrendo i poveri in comunione stretta con la Trinita'.
Elisabetta entrò nel Carmelo il 2 agosto 1901, e ne vestì l'abito il 11 gennaio 1903, pronunciò i voti prendendo il nome di Elisabetta della Trinità nome che e' un po’ la sintesi della sua spiritualità: essere l'abitazione dove la Trinità' trovi accoglienza e dedizione totale.
Dopo un inizio pieno di speranze, ben presto si manifesta una strana malattia, non diagnosticato correttamente e curato con terapie sbagliate, solo più tardi si diagnosticò il morbo di Addison (profonda astenia, ipotensione, dolori lombari, turbe gastriche, una colorazione bronzea della pelle, dovuta alla tubercolosi delle capsule surrenali.
Suor Elisabetta accettava tutto con il sorriso e l'abbandono alla volontà di Dio, manifestando la sua gioia di configurarsi al "Crocifisso per amore" e diventando "lode di gioia della Trinita'". Da un suo scritto del venerdi, 24 febbaio 1899, rileviamo che era a conoscenza del "suo male oscuro e la trasformazione della sofferenza in sublimazione.
"Poiché mi e' quasi impossibile impormi altre sofferenze fisica e corporale non e' che un mezzo per arrivare alla mortificazione interiore e al pieno distacco da se stessi. Parlava comunque e stranamente di gioia, eppure al martirio del corpo si era aggiunto quello dello spirito, con un senso di vuoto e di abbandono da parte di Dio, che tutti i mistici hanno conosciuto. E qui una sua invocazione: "Aiutami Gesù, mia vita, mio amore, mio Sposo".
Il 21 novembre 1904 si era offerta "come preda" alla Trinità con la celebre invocazione: "O mio Dio, Trinita' che adoro". Gli anni dal 900 al 1905 trascorsero tra alti e basi della malattia, ma nel 1906 la situazione precipitò. Obbedendo alla priora scrisse le sue meditazioni, frutto di quei mesi terribili, nell’ “Ultimo ritiro di Laudem gloriae" e nel "come trovare il Cielo sulla terra".
Scrisse: “Ma questo e' lo sguardo umano...la fede mi dice che e' l'amore che mi distrugge, che mi consuma lentamente, e la mia gioia e' immensa".
Il morbo ebbe un decorso lungo e doloroso, verso l'autunno sembro avviarsi alla fine. Il 1 novembre parve giunta l'ultima ora estrema e in quel giorno disse le sue ultime considerazioni "Tutto passa! Alla sera della vita resta solo l'amore. Bisogna fare tutto per amore". Per nove giorni rimase in stato comatoso, in un momentaneo ritorno della coscienza fu udita mormorare:“Vado alla luce, all'amore, alla vita".
Mori il mattino del 9 novembre 1906, a 26 anni.
Come Teresa del Bambino Gesù, anche Elisabetta fu una grande mistica, che seppe penetrare l'essenza dell'Amore "troppo grande" di Dio, in intima comunione con i suoi "TRE", come Elisabetta si esprimeva parlando della SS Trinità, perno nella sua vita di oblata claustrale carmelitana. Pur essendo vissuta nel monastero poco più di cinque anni di cui tre come ammalata grave e irreversibile, essa dopo morta godette subito di fama di santità, che fece pensare ben presto alla sua glorificazione.
Il processo informativo si ebbe negli anni 1931-1941 a Parlava comunque e stranamente di gioia, eppure al martirio del corpo si era aggiunto quello dello spirito, con un senso di vuoto e di abbandono da parte di Dio, che tutti i mistici hanno conosciuto, ebbe perfino tentazioni di suicidio, superate nella fede dell'amore per Cristo; il 25 ottobre 1961 venne introdotta la causa, il 12 luglio 1982 fu riconosciuta venerabile; infine Papa Giovanni Paolo II l'ha beatificata il 25 novembre 1984. La sua memoria viene celebrata nel calendario carmelitano il giorno 8 novembre.
(Joanna ocds)

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